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Musica Svedese

Danny Saucedo, Heidegger e la Svezia di oggi


Daniel Gabriel Alessandro Saucedo Grzechowski, meglio conosciuto con il piu’ semplice nome d’arte Danny Saucedo, nasce a Stoccolma il 25 Febbraio 1986. Cosi’ esordisce Wikipedia sul conto di questo giovane artista svedese, ancora poco conosciuto al di fuori dei confini nazionali. Ma questo soffermarsi su cenni e dettagli biografici, sulle contingenze del caso che hanno portato una donna boliviana e un uomo polacco ad incontrarsi in Svezia e a dare alla luce un pargolo di talento, puo’ distogliere l’attenzione da ben altre questioni di maggiore interesse e pertinenza per il nostro caso. Vengono alla mente le parole, senza dubbio provocatorie, del filosofo tedesco Martin Heidegger, il quale nell’introdurre un seminario su Aristotele, si limito’ a dire che “egli era nato, aveva vissuto e lavorato per un po’, e poi era morto”. Seguendo lo spunto di Heidegger, vorremmo fare altrettanto ed evitare di entrare nella vita di Danny dato che tutto quello che ci dovrebbe interessare e’ solo cio’ che la sua musica ci racconta.

Sembra strano fare questa precisazione  di un cantante che ha esordito – senza affermarsi - su Swedish Pop Idol nel 2006, programma TV di successo tanto seguito dalle masse quanto dileggiato da molti fra quelli che di musica se ne intendono e ci vivono. Ci sembra gia’ di vedere quest’ultimi storcere il naso, puntualmente accompagnandovi una frettolosa sentenza senza possibilita’ di appello: Danny? Solo l’ennesimo prodotto manufatto, impacchettato ad arte e sfornato dalla catena di montaggio dell’industria del Pop. Del resto, come dar torto ai critici? Quanti fra coloro che si siano affermati in queste competizioni canore offerte in pasto al pubblico televisivo di mezzo mondo e tutte improntate sullo schema ideato – genialmente- da quel businessman con un fiuto per gli affari sovrumano, Simon Cowell, si sono davvero stabiliti in qualita’ di musicisti? Forse un paio in Gran Bretagna e un numero simile in Italia e Svezia.

Che si possa installare in noi lo stesso sospetto sulla traiettoria artistica di Danny sarebbe quindi del tutto lecito. Basta pero’ dare uno sguardo alle sue pubblicazioni discografiche per accorgersi che questa facile etichetta mal si accorda con la realta’. Sebbene non si possa dubitare che il primo album di Danny, “Heart Beats”, fosse di fatto ben poco “di” Danny – vi sono contenute solo tre canzoni sulle 12 in totale che risultano co-scritte da lui – si puo’ osservare una progressione gia’ a partire dal suo successivo lavoro, “Set Your Body Free”, dove il suo nome compare almeno sei volte nei credits finali. Tale tendenza e’ non solo confermata ma addirittura superata in “In The Club”, che fra i tre album sinora pubblicati e’ il piu’ recente cronologicamente parlando. In questo disco, infatti, 6 pezzi su 8 portano la firma di Danny mentre per la prima volta compare una traccia “In Love With A Lover”, interamente scritta e prodotta da lui. Siamo chiaramente di fronte ad un artista in crescita professionale, un artista per cui sarebbe stato facile adagiarsi sugli allori del successo televisivo legato a Swedish Idol 2006.

Dal punto di vista prettamente musicale, lo stile improntato da Danny nelle sue produzioni discografiche ricalca per lo piu’ un genere pop dance di facile ascolto e di grande impatto a livello radiofonico. I suoi pezzi in media raramente superano i 3 minuti e mezzo, il che li rende particolarmente radio-friendly, a prescindere dalle programmazioni specifiche delle varie stazioni radio. Si e’ appena parlato di un filone musicale piuttosto generico, quello pop dance, vagamente elettronico, con molty sintetizzatori e poca chitarra, al quale Danny sarebbe aderito. Questa descrizione e’ accurata ma tuttavia ancora piuttosto superficiale. C’e’ davvero troppa carne sul fuoco quando si parla di “pop” e pertanto andrebbe fatto un importante distinguo perche’ dire “pop” e’ come non dire niente. Senza entrare nel merito di una discussione su pregi e difetti della cosiddetta “popular music”, ci preme solo ricordare che non tutto il pop e’ di per se’ banale, futile, privo di originalita’ e volto unicamente al successo commerciale.

Il rock impegnato dei Radiohead, talora degli U2, e di altri illustri artisti di questo genere, tende ad una denuncia dei mali del mondo, mira a far riflettere il proprio pubblico, spesso in maniera provocatoria. Per contro, chi fa pop viene spesso denunciato come “sciocco” ed “irrilevante” sul piano culturale proprio perche’ non rientrerebbe nell’Olimpo rarefatto di chi pratica una sorta di “correctio morum”. Ma questi pregiudizi andrebbero messi da parte una volta per tutte. Se tutto il pop fosse stato un effimero e velleitario trionfo della “leggerezza dell’essere” , allora non avremmo mai avuto gruppi musicali pregevoli e longevi quali gli Abba e, in misura minore, gli Ace of Base in Svezia, i Pet Shop Boys in Gran Bretagna, e gli A-ha in Norvegia. C’e’ solo una spiegazione sul perche’ questi musicisti pop hanno saputo resistere all’oblio del tempo e alla volubilita’ dei gusti della gente: qualita’ e originalita’ della propria voce artistica.

Con questa riflessione, non si vuole certo accostare Danny ai mostri sacri della scena mondiale nominati prima. Il giovane svedese ha ancora molta strada da percorrere. Si vorrebbe soltanto far notare come le orme da lui seguite sono state gia’ solcate da veri e propri giganti internazionali. “If Only You” , il primo singolo pubblicato da Danny, calzerebbe a perfezione la voce calda e piena di contrasti di un Morten Harket, in “Play It For The Girls”, il falsetto che ci viene proposto sembra degno del miglior Jimmy Sommerville, lo stesso dicasi di “I Need To Know” e “Set Your Body Free” mentre “Radio” presenta uno di quei ritornelli che si incollano al nostro cervello dopo solo un ascolto, come, se non meglio di un brano di Madonna. Nel piu’ recente “Tonight”, scopriamo che l’euforia degli anni ’80 e ’90 e’ ancora viva e pulsa nel beat frenetico del refrain centrale. Crisi economica? Tempi cupi, lacrime e sangue? Ma dove? Certo non nel mondo di Danny! Il sound si lascia invece contaminare di vaghi influssi americanoidi in “Never Gonna Take Us Down” e ancor di piu’ in “In Love With A Lover” che in qualche modo sembra riecheggiare – ma senza scimmiottarlo – il “The Devil Wouldn’t Recognize You” dell’evergreen Madonna, re-interpretando, a nostro avviso, in modo originale i primi tre-quattro suggestivi accordi di quella canzone.

Ecco, questo e altro ancora e’ Danny Saucedo, uno dei nuovi esponenti del pop svedese attuale. Ed e’ proprio cosi’ che ci piace presentarlo: come uno svedese doc, pur essendo figlio di immigrati. Non solo la sua musica ha tutti i canoni per rientrare nel filone d’oro della tradizione pop svedese, ma richiama anche, come quest’ultima del resto, quel mondo elettrizzante, fatto di ghiaccio sintetico, stroboscopica e tastiere a go-go, ormai perduto persino nei paesi da dove si e’ diffuso. In Svezia, il pop e’ ancora vivo e vegeto e gode di ottima salute. E prima di concludere, vorremmo anche aggiungere che proprio per questo motivo, forse Heidegger si sbagliava, e noi con lui, nel considerare i dettagli biografici di un autore come del tutto marginali e irrelevanti. Chi meglio di Danny, nato a Stoccolma e con Saucedo e Grzechowski nel cognome puo’ incarnare lo “zeitgeist” della Svezia di oggigiorno, tollerante e aperta a tutte le culture? La sua affermazione ne e’ la prova lampante e non e’ forse un caso che il primo pezzo, composto dal cantante Tommy Nilsson, con cui un timidissimo Danny esordi davanti al pubblico svedese si chiamava: “Öppna Din Dörr”…

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