
Alexander Bard e’ uno di quei musicisti poliedrici ed eccentrici come non se ne trovano più molti in questi giorni di massificazione e conformismo globale. Compone, suona, canta, si interessa di filosofia, pensando addirittura di aggiungere, al suo palmares di conferenziere su discipline socio-economiche e sulla rivoluzione tecnologica attuata tramite l’avvento di Internet, quello di seminarista su complesse questioni filosofiche. L’iter formativo di Bard sembra davvero il vademecum dell’avventuriero di altre epoche. Facciamo quindi un passo indietro e vediamo nel dettaglio chi e’ questo folletto (ingegnosamente folle) del pop svedese.
Terminati i suoi studi di scuola superiore, Bard lascia la Svezia alla volta dell’America e dell’Olanda, dove frequenterà i corsi più disparati, spesso mantenendosi con occupazioni altrettanto inconsuete. E’ ben noto, ad esempio, che per un certo periodo di tempo, Bard sbarcasse il lunario, lavorando, fra le altre cose, per l’industria dell’erotismo. Se si fosse trattato di qualcun altro, probabilmente chiunque altro, sarebbe stato lecito considerare questo suo particolare biografico come il frutto di una scelta opportunistica. Quanti celebri personaggi si sono imposti anche grazie all’immancabile gavetta caratterizzata da foto compromettenti, filmini a luci rosse di terza categoria e quant’altro. Non Bard. Conoscendo meglio la sua figura e il suo mondo fuori dagli schemi, ci si potrebbe facilmente convincere come anche un’attività di sex worker possa essere rientrata in una sua visione personale, una specie di Weltanschauung che lo potrebbe aver aiutato nel faticoso processo di crescita personale e professionale.
Questo processo continua comunque in patria, dove vi fa ritorno nei primi anni ’80 per fondare il suo primo gruppo, Barbie, e –questa si, cosa inusitata – per studiare economia alla Stockholm School of Economics, una sorta di equivalente scandinavo della LSE di Londra. Durante lo stesso periodo, Bard si avvicina sempre più alla filosofia, il cui studio intraprende, frequentando non solo corsi accademici, ma anche attraverso molte letture personali. Sono gli albori di una nuova fase che lo porterà nel tempo ad abbracciare la religione di Zoroastro! Bard e’ certamente un individuo che non finisce mai di sorprendere. E per rendersene conto, basterebbe anche solo guardare il suo curriculum prettamente musicale. Già, perché quella di Bard e’ stata ed in molti casi e’ tuttora la mente dietro tutti i seguenti gruppi svedesi: Barbie, nominati precedentemente, gli Army of Lovers, dove si unisce a due altre personalità istrioniche, Jean-Pierre Barda e La Camilla, Vacuum, che alcuni in Italia ricorderanno per essere stati in vetta alle classifiche per molte settimane con il singolo “I Breathe” (correva l’anno 1997…), i Bodies Without Organs, in cui il ruolo di cantante e’ affidato ad un giovane esordiente dalle bionde chiome rifulgenti ed emerso grazie all’equivalente svedese di X-Factor, Martin Rolinski, ed infine l’ultimo progetto creativo a vederlo impegnato, i Gravitonas.
Ecco, nonostante ci sia molta carne sul fuoco ogniqualvolta si voglia discutere dell’inventiva vulcanica di uno come Bard, il quale senz’altro meriterebbe una monografia a parte e non poche righe succinte, credo sia interessante anche solo soffermarsi sull’ultimo dei complessi da lui formati, i Gravitonas. Questo gruppo nasce con una particolarità ben precisa: i loro componenti, sotto l’egida creativa dell’altrettanto talentuoso co-produttore musicale, Henrik Wikström, si rifiutano categoricamente di pubblicare dischi “fisici”, limitandosi soltanto a renderli disponibili in Rete in formato Mp3 o talora anche su iTunes. Questa loro caratteristica gli e’ valsa l’appellativo di essere la prima band Spotify, dal nome del sito musicale, purtroppo non ancora attivo in Italia, fondato dallo svedese Daniel Ek, con il quale Bard e’ legato da una lunga amicizia.
Quello che colpisce subito l’ascoltatore nel primo singolo della band, Kites, è l’intro di chitarra elettrica che introduce la canzone, come a volersi immediatamente distaccare dal formato pop elettronico così sapientemente elaborato e proposto da Bard nel corso degli anni. Con un riff di chitarra, che richiama vagamente alla memoria i Coldplay migliori di “Talk”, sembriamo quasi in procinto di sperimentare un Bard versione rock. Ma questa sarebbe soltanto un’impressione frettolosa. Dopo alcuni accordi di piano, ecco, quasi inaspettata, arrivare la prima patina di elettronica a ricoprire una melodia che decolla soltanto ad un minuto e mezzo dall’inizio. E quando decolla, veniamo subito trasferiti da ambientazioni stile Britpop ad una pista da ballo vera e propria, di ispirazione particolarmente scandinava, caratterizzata com’e’, solitamente, da motivetti facili ma di grande impatto. Gli orizzonti si sono allargati ma i punti cardinali del Bardo svedese sono ancora gli stessi.
Un’altra peculiarità dei Gravitonas e’ che non racchiudono mai i loro pezzi in album di dieci o più canzoni ma preferiscono fare ricorso all’EP, da molti considerato come l’evoluzione naturale del vecchio e ormai quasi superato CD singolo. A differenza di quest’ultimo, però, che originariamente figurava solo la traccia principale e alcuni remix dello stesso e talvolta brani inediti, l’EP presenta esclusivamente materiale nuovo e non a caso si possono considerare come dei mini-LP.
Personalmente ho conosciuto la musica dei Gravitonas, proprio in occasione dell’uscita del loro secondo EP, “The Coliseum”. A spiccare fra le tracce del disco, senza dubbio il primo singolo estratto da quella raccolta: “Religious”. Proprio come Kites, anche Religious veniva accompagnato da un interessante video musicale, nel quale ora Bard vestiva i panni di Freud! Ancora una volta, siamo ingannati da una intro malinconica, nella quale la voce di Andreas si fa strada fra le note di un pianoforte per poi scaraventarci, dopo circa un minuto, nel bel mezzo di un party da discoteca fra l’oompah-oompah del basso e coretti in sottofondo alla Bee Gees degli anni d’oro. In questo pezzo, scopriamo inoltre, anche qualcosa del favoloso mondo di Bard, fatto di idoli, amati, caduti e poi ritrovati in altre forme, di soldati del “peccato” (o semplice originalità controcorrente?) che non esitano a rompere le schiere del conformismo imperante, e pertanto di una religione che viene riscoperta seguendo l’unica strada aperta a chi della propria unicità ha fatto una bandiera: l’essere fedeli a se stessi. Solo allora i pensieri suicidi, a cui si fa un breve riferimento in apertura, possono essere archiviati come divagazioni di una mente troppo vivace.
Più recentemente sono da sottolineare l’ottimo “Lucky Star” e la collaborazione internazionale con una stella della scena pop russa, Roma Kenga, in “Everybody Dance”. Dei due, il primo risulta probabilmente più efficace e ispirato, seguendo – non si può che ripeterlo – quella che sembra essere la nuova direzione artistica di Bard nei Gravitonas: mescolare ad arte influssi rock o persino folk e classicheggianti, anche se spesso solo brevemente accennati, a ritmi pop e dance, degni dei migliori esponenti di questo genere. D’altro canto, con “Everybody Dance”, ricalcando appieno formule già collaudate, i Gravitonas deludono invece le aspettative di chi forse si aspettava, come me, una riconferma di questo nuovo percorso musicale intrapreso da Bard. Ciononostante, mi guarderei dal considerare questo pezzo come un passo falso. Con quell’arrangiamento piuttosto teatrale e un’attenzione particolare al mondo patinato del glamour, i Gravitonas strizzano l’occhio all’eccentricità dell’ambiente gay, sfornando quello che potrebbe diventare un cavallo di battaglia di molte notti all’insegna di una sana e quanto mai auto-ironica trasgressione.
Quale sarà la prossima mossa nella lunga carriera di Alexander Bard ? Un nuovo EP dei Gravitonas o magari un altro progetto portato alla luce dal suo instancabile genio creativo? Difficile anticiparlo ma una cosa e’ certa: Bard e’ davvero il Bardo pop di Svezia e per ora non sembra avere alcuna intenzione di ritirarsi dalla scena musicale. Per fortuna, io vorrei aggiungere.
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